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Il terremoto e l'autogol di Marchionne

Dopo il sisma la Fiat voleva spostare la Magneti Marelli da Crevalcore alla Puglia

Il terremoto e l'autogol di Marchionne Il terremoto e l'autogol di Marchionne

La croce del campanile della chiesa di Crevalcore (Bologna) caduta durante il terremoto.

Credits: ANSA / MICHELE NUCCI

Tag:  Fiat magneti marelli Sergio Marchionne terremoto emilia

di Carmelo Caruso

Nell’Emilia terremotata di Crevalcore pure la Fiat diventa la maceria  dell’industria italiana, della Topolino e della r moscia dell’Avvocato Agnelli che era segno di alterità, ma pur sempre di rispetto per l’operaio. Ci  voleva la sciagura della terra, il crepaccio che si apre e squarcia i  capannoni, quei parallelepipedi di cemento, per scoprire che pure il  sisma è il pretesto della dismissione. È nella piazza di questo paesino  emiliano che ancora scava, dove la Magneti Marelli controllata dalla Fiat, ieri mattina aveva annunciato di spostare temporaneamente la  produzione a Bari a causa dell’incertezza sismica, che si svela il volto  dell’imprenditore italiano, del manager cinico con il maglioncino che di  fronte alla polvere pensa a riconvertire piuttosto che a ricostruire.

Nell’accampamento dell’emergenza al terremoto si è aggiunta la battaglia  del pane, la marcia, il picchetto di fabbrica, la tuta blu che nel  crollo cerca ancora un’identità e che in quel pezzo d’Italia è stato il  lavoro, il sindacato rosso, la musica emiliana di Guccini, le forme di  formaggio come simbolo dell’Artusi, della cucina e del ragù. È giunto  così pure Maurizio Landini a Crevalcore, questa volta a suo posto, a  scongiurare quella che Marchionne ha sempre difeso vale a dire la mobilità degli investimenti, ma che in questa Italia disperata e  attendata è simile alla diserzione di Caporetto. Marchionne come Diaz,  il generale che se ne va. Due linee quindi che la Magneti aveva dato già  per spostati a Bari, in quel Sud che ancora cerca il mostro di Mesagne,  tranne fare marcia indietro in tarda serata e confutare quanto riferito  di mattina dopo la protesta dei terremotati.

Tanto è bastato per fare  del momento di solidarietà nazionale che l’Italia riscopre ed esibisce  quasi con un eccesso di vouyerismo, l’ennesima marcia per il lavoro che  poi è figlia della marcia dei quarantamila, il vanto di Cesare Romiti,  la fine dell’egemonia rossa in fabbrica. E non serve il video, i droni,  altra iperbole del dramma, per vedere la faccia di Roberto, Sandrina che  lasciano le pentole da campo, i mestoli e corrono a perdifiato a  salvare un rudere, la pietra su cui ricominciare. Pure il Pd è arrivato e  non si sa quanto in ritardo in questi altipiani che sembrano aver  cambiato fede che in Emilia è ideologia da sempre, da quando Alessandro  Mussolini, fabbro e padre del socialista Benito, girava ad aizzare le  popolazioni allo sciopero e infatti quella è la terra di Olmo, contadino  di Bertolucci e del faccione di Depardieu di Novecento e rimane la  zona rossa nell’olografia italiana.

Le auto quindi con le coperte stese  sui sedili, i tappetini sporchi – nonostante la Magneti Marelli, vale  ripeterlo ha smentito – sono gli ossi di seppia dell’industria. Nessuno  in Emilia, a Crevalcore, questa Crevalcore spaventata e intimorita che  si precipita dietro ai cancelli, quei cancelli che lo scrittore Paolo  Volponi osservava come fossero le gretole del carcere, avrebbe potuto  immaginare che la fabbrica sarebbe divenuta la pena da difendere.  «Intollerabile» è per Landini, «sempre la stessa è la Fiat» secondo Giordano Fiorani, segretario della Fiom bolognese, in realtà è tutta la  grande industria italiana che nel terremoto restituisce il volto feroce  perché anche la prudenza è un eccesso nello scoramento e annunciare lo  spostamento della produzione in questa terra che trema è stato il motto  di cattivo gusto, l’avviso al malato. Si ferma a Crevalcore il Cristo di  Levi, la tromba di Marx, si ferma l’Italia quell’Italia che negli anni  sessanta sognava di liberare l’uomo dal lavoro e che adesso è dietro le  fabbriche a proteggere l’alienazione, a proteggere il padrone. E con lui anche l'ultima ragione di sussistenza: il lavoro.

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