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"Vi racconto la mia odissea per un lavoro"

Riceviamo e pubblichiamo la lettera di un 25enne alla ricerca di un contratto

"Vi racconto la mia odissea per un lavoro" "Vi racconto la mia odissea per un lavoro"
Una manifestazione di giovani disoccupati a Napoli (Credits: LaPresse)

Tag:  contratto disoccupazione giovani lavoro

Per raccontare la mia esperienza devo per forza partire da una premessa già di per se criticabile ma fondamentale per comprendere il perché di certe mie decisioni: “io penso che cercare di fare il lavoro che più ci piace e per cui crediamo (a torto o ragione) di essere portati sia la cosa più giusta che una persona possa fare della sua vita”. Nessuna retorica. Estremizzando il concetto, direi addirittura che “una persona che svolge un lavoro che non ama e che non sa fare può recare un danno, oltre che a se stesso, anche all’azienda per cui lavora”. Detto questo, è semplice capire il motivo per cui un ragazzo di 25 (quasi 26 anni) decide di accettare un lavoro in un emittente televisiva per un compenso mensile di 250 euro lordi (170 al netto di tasse e contributi).
Il giornalismo d’altra parte è la cosa che più mi piace fare e che credo (come detto, a torto o ragione) di saper fare meglio tra quelle che ho potuto provare. Così, forte della mia Laurea in Scienze della Comunicazione e di un buon curriculum fatto di uno stage in una redazione importante, ricevo l’occasione di farmi le ossa nella suddetta emittente. Le mansioni che dovrei svolgere sono quelle comuni alla gran parte dei giornalisti televisivi: uscite in esterna, interviste, produzione di servizi, qualche collegamento in diretta. In più è prevista la mia presenza in studio all’interno della trasmissione (tribuna politica di un paio d’ore) con il compito di leggere gli aggiornamenti e le notizie ansa. Il contratto che mi viene messo di fronte è un foglio di carta intestato ad una cooperativa esterna che alla voce “mansioni” recita: “tecnico del suono”. Qualche dubbio mi assale ma d’altra parte le mansioni promesse (quelle dette a voce) sono quanto di meglio un aspirante giornalista potrebbe desiderare. Decido quindi di accettare anche se la sola l’iscrizione alla cooperativa (intestataria del contratto) mi costerà 100 euro (addio metà del primo stipendio).
Per tre mesi svolgo senza problemi i compiti pattuiti: le interviste, i servizi, la diretta e poi lo studio televisivo. C’è tutto quello che serve per imparare veramente la professione. Certo i costi non sono cosa da poco: spostamenti e trasferte (seppur brevi) sono tutte a carico mio. Per fortuna i miei genitori se lo possono permettere e hanno sempre appoggiato le mie scelte. Nel frattempo i risultati per l’emittente sono buoni e gli apprezzamenti sul mio conto non tardano ad arrivare. Dalla sede centrale arrivano addirittura a propormi la conduzione di un programma con ospiti in studio e contenuti a mia scelta.
A questo punto quello che succede è difficile da spiegare. Gli ascolti, che fino a qualche giorno prima sembravano andare alla grande, crollano in un amen. Crollano tanto che il programma viene chiuso per una settimana. Alla ripresa il format è cambiato e il mio spazio nella trasmissione sparito (sebbene nessuno me ne dia comunicazione). Del mio programma, ovviamente, non c’è più traccia. Il nuovo posto che mi viene assegnato sembra invece “finalmente” tener fede al mio contratto: “tecnico del suono”. Mi chiedo se posso eventualmente aver sbagliato qualcosa. I dubbi me li levo da solo pensando che solo una settimana prima l’azienda era pronta consegnarmi una trasmissione in completa autogestione, il che contribuisce a tenere a galla la mia autostima.
L’atteggiamento dell’azienda però è decisamene cambiato. Quelli che prima erano pregi sono ora mie insostenibili mancanze. Durante le discussioni (alle quali faccio di tutto per non partecipare) vengo più volte minacciato di licenziamento. In sostanza il concetto è: “o stai alle regole o quella è la porta”. Quali siano queste regole (dando per assunto che non mi sono trasformato in un criminale nel giro di 7 giorni) fatico a comprenderle. Soprattutto ora che svolgo una mansione, quella di “tecnico del suono”, che tento di svolgere al meglio ma per cui non sono sicuramente portato: lavorare con i tasti di un mixer audio è ben diverso che lavorare con quelli della tastiera di un computer. D’altra parte questo è quanto veramente previsto dal mio contratto e quindi decido, almeno per il momento, di stare al mio posto. La porta però mi viene indicata con sempre maggiore insistenza. Pensandoci meglio il tecnico audio non lo so fare. Forse sto recando danni a me stesso e all’azienda. Decido che è ora di prendere quella porta. Meglio andare a far danni da un’altra parte.

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    ©RIPRODUZIONE RISERVATA
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