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Scampia criminale. I miei 100 giorni da camorrista

Nel quartiere napoletano di Scampia un cronista di «Panorama» ha vissuto per più di tre mesi da infiltrato. Un viaggio all’inferno, andata e ritorno. Le foto

Scampia criminale. I miei 100 giorni da camorrista Scampia criminale. I miei 100 giorni da camorrista
Carlu Puca a Scampia (Credits: Panorama)
di Carlo Puca

La verità non esiste, si può solo cercarla. A Scampia il metodo è uno solo: fare la vita del camorrista.

Per potermi infiltrare cento giorni nella manovalanza dei clan (vitto, alloggio e reati compresi), al mio ospite nelle Vele non basta garantire la nostra presunta amicizia. Bisogna superare un esame. Il 7 gennaio, al primo incontro, i commissari sono due: l’uno biondo e l’altro moro, sbarbati e depilati, il baffetto alla Clark Gable, un lieve ciuffetto al centro della testa rasata, l’abbronzatura artificiale, i vestiti attillati. Poco più che liceali, ti guardano gelidi e crudeli. Il Moro mi perquisisce sulla scala che porta ai sotterranei. Trova lo zaino pulito e non fiuta che i documenti sono regolarmente falsi: a Napoli qualsiasi documento è commerciabile.

Poi vengo interrogato. Mi aiuta la lingua locale, lo Scampia’s slang, un vernacolo misto di veracità partenopea e dialetti regionali. Chiede il Biondo: «Che vuo’?», che vuoi? Divento apprensivo. Mi ero preparato una storia, ma un conto è la teoria, un altro la pratica: «Mia moglie mi ha cacciato di casa, suo padre mi ha buttato fuori dalla fabbrica di scarpe, facevo il ragioniere a nero e ora sto per strada. Ho bisogno di un letto e basta». Silenzio. «Tieni i precedenti?», (sei incensurato?), fa improvviso il Biondo. «No, per carità» rispondo stupidamente, da poliziotto. «Ti piace guidare?» aggiunge. «Mi piace assai» replico. Una porta sbatte pesante in lontananza. Tremo, ma forse questo è un bene: a uno sbirro non capiterebbe. Il Biondo si fa accudente, mi porge una sigaretta accesa. La prendo e la fumo. È la prima dopo quattro anni. «Vabbuò, puoi rimanere» dice «però non ci rompere mai il cazzo. Hai capito?». Sì, ho capito.

Crime Scampia investigation. Bisogna studiare il Codice per accedere alle Vele. Lo impone ’o Sistema, il sistema criminale, che qui vigila su ogni caseggiato, ballatoio, persona. L’insegnante è il mio Ospite, ha bisogno di soldi e in cambio mi accoglie. Già l’ingresso nei parcheggi prevede una certa cura. Se si arriva in moto o motorino, di mettere il casco naturalmente non si parla nemmeno: lo usano i killer per coprirsi il volto. A scanso di multe, l’utilizzo è consentito soltanto sui vialoni principali del quartiere, zona franca, trafficata da auto e contrabbandieri di sigarette che offrono «tutti i panini 2 euro e 50». Panini farciti di tabacco.

Se invece si arriva in macchina, meglio tenere le mani in vista sul volante e, di sera, la luce di cortesia accesa. Gli androni sono sempre controllati. Perciò, nonostante l’esame superato, il primo giorno da residente viene battezzato da altre tre perquisizioni, a seconda dei turni da otto ore dei «pali», gli addetti alla sicurezza dello spaccio. Poi, col tempo, la mia presenza, la presenza del Divorziato, si farà anonima e potrò portare con me macchine fotografiche e telecamere nascoste. Anche perché rispetto alla perfezione il Codice, così sintetizzato dall’Ospite: «Le mani sempre libere. E il volto pure. Mai mettere il cappello: potrebbe servire a nascondere il viso. Quanto al cellulare, fa’ sempre attenzione: a impugnarlo si rischia di farlo scambiare per un’arma da fuoco».

Il berretto della camorra è invece consigliato per gli spacciatori, tutti a rischio riconoscimento durante i blitz delle «guardie», poliziotti e carabinieri. È una specie di passamontagna troncato sul davanti, ma lungo dietro. Basta farlo scivolare in avanti dal collo per coprire la faccia.

Sono ingegnosi, i camorristi. Nelle Vele c’è una cultura da polizia scientifica. Molti sanno di dna, intercettazioni, balistica. La fiction più vista è Csi, nella versione Crime Scampia investigation. È propedeutica al mestiere di assassino. Magari la studiano anche i killer di Raffaele Stanchi, alias «Lelluccio Bastone». La sera tra il 7 e l’8 gennaio Lelluccio era tra i vialoni di Secondigliano insieme al suo autista, Luigi «Giggino» Montò. Sono stati catturati e portati a Melito, un paesone diventato la periferia di Scampia. Qui li hanno uccisi con una calibro 7,65 e poi bruciati dentro un’auto rubata. A cena nelle Vele, davanti alla pasta e patate, raccontano un’altra dinamica. «Lelluccio è stato legato, seviziato, torturato. Poi con un coltello da macellaio lo hanno scuoiato mentre le tronchesi lavoravano sui suoi polsi, fino a strappargli le mani. E mentre il sangue zampillava dai monconi e lui stramazzava dal dolore è arrivato il tempo di morire. Bruciato vivo». È un racconto dell’orrore, celebrato davanti a bambini per nulla scossi e nemmeno divertiti. Sono indifferenti e basta. La loro fame di pasta resta inalterata, la mia svanisce.

RAGAZZINI DELLA VIA PAL
Le Vele sono l’arca di Noè del XXI secolo. Appaiono come barche di cemento primitivo che galleggiano sulla melma. Le fogne sono un rottame da anni e la pioggia si miscela a merda e rifiuti. Le siringhe degli «zombie», i drogati di eroina, sono gondole smilze. Nei sotterranei della mia Vela ci sono un’auto vandalizzata, una stanza del buco e la carogna di un meticcio ammazzato a pistolettate.

Lo scopro con il primo tour, l’8 febbraio. Mi accompagnano quattro ragazzini dai 12 ai 14 anni. Li avevo avvicinati giorni prima grazie al resoconto di un incontro fortuito con Edinson Cavani, il calciatore eroe delle Vele. Sia chiaro: si può fare perché la polizia ha appena compiuto un blitz e le sentinelle sono ancora lontane. Non è comunque una passeggiata di salute. Amplifico ogni piccolo rumore. Però mi rincuora la disinvoltura delle mie giovani guide, ragazzi della via Pal contemporanei, che svelano gli accessi più riservati. Hanno pure il loro Boka, il capo che ti si rivolge con il voi: «Ma poi ce lo fate un regalo?». Certo che sì, «non appena mi sistemo e faccio due soldi».

Le Vele-arca sono inadatte agli uomini, però perfette per la fauna animale. Due terzi delle case sono abbandonate. Molte sono diventate stalle fantasma, nascoste all’accesso degli sbirri, dove vivono soggetti esotici (pitoni, merli indiani, tartarughe, scimmie) e da allevamento (conigli e galline). Poi ci sono gli animali da compagnia, cardellini, cani e gatti, utili pure a cacciare i topi, che certo non mancano. Dai ballatoi decollano a centinaia i piccioni selvatici, mentre sulla cima planano i gabbiani attirati dalla discarica di Chiaiano. «Fino a 3 anni fa sul tetto c’erano le gabbie dei falchi dei boss» ricorda Boka «poi gli sbirri li liberarono (i falchi, non i boss, ndr) ma loro tornano ogni anno a nidificare». Portare i cavalli al quindicesimo piano senza ascensore era un po’ complicato e allora si è risolta la questione impiantando un piccolo maneggio abusivo nel parcheggio dei Sette palazzi, giusto di fronte alle Vele. Lo hanno sequestrato il 9 febbraio 2012. E tutti a chiedersi perché.

Lo status-symbol più autentico è però un cane «serio»: un pitbull, un rottweiler o un dogo argentino. Il Mingherlino è il boss dei cani. Sulla cinquantina, esile, barba sfatta, apparentemente inaffidabile, è invece padrone assoluto della materia. Parla tedesco, inglese e scampiese. Prendo un appuntamento per chiedergli di ammaestrare un mio cane, «lo vorrei feroce». Mi spiega che lui, per ogni bestia, prende 1.000 euro più bonus. Sostiene che l’addestratore deve sempre essere affiancato dal proprietario: «Il cane seguito dal padrone morsica meglio di quello istruito in una scuola; diventano un’anima e un corpo». Meglio, un’anima e un colpo: «La pistola non è niente rispetto a un pitbull». Lo spazio aperto più usato per l’addestramento dista 5 chilometri dalle Vele, è lo splendido bosco di Capodimonte. Prima della seduta, m’insegna il Mingherlino, «vado lì, lego un manichino a un albero e gli sistemo una collana di polpette intorno al collo. Poi torno con cane e padrone, che gli deve ordinare l’attacco. Istintivamente l’animale è portato ad aggredire la gola e a spappolarla». Ripetuta l’esercitazione tre o quattro volte, la bestia sarà pronta a replicare «con gli uomini di carne e sangue». E senza polpette.

L'ELEGANTE E LA «PEZZOTTATA»
Jessica e Samantha spiegano lo splendore delle femmine meridionali. L’ambra colora la pelle, il latte i sorrisi e la notte occhi e capelli. Il vento corre sui loro corpi, c’è sempre vento nelle Vele, ma non altera la loro allegria. A 18 anni, poi, la leggerezza vince le malinconie. Pure a Scampia.

Jessica e Samantha indossano griffe di lusso. Replicano quelle di parioline romane, sancarline milanesi e «chiattille» napoletane. Parenti dell’Ospite, sono venute a fare visita a sua moglie. La butto lì: «Spendete tanto per i vestiti, eh?». Confessano: la prima fa shopping al Vomero, la seconda è «pezzottata», porta abiti contraffatti. Funziona così: i cinesi producono, la camorra distribuisce. Nello Zhejiang la mano d’opera «in chiaro» costa meno di quella «a nero» del Vesuvio. La globalizzazione ha fottuto pure le fabbriche napoletane di pezzotti.

Jessica e Samantha hanno nomi esotici, classici per i giovani velisti. Ascoltano i Linkin Park, Eminem e Fabri Fibra. Adorano il rap. È una generazione per nulla oleografica, la loro. Contesta i cliché, com’è quello sui cantanti neomelodici. «È musica per anziani che la impongono ai matrimoni dei figli» dicono. Certo: in una collettività dove a 20 anni si è adulti e a 30 uomini, si è vecchi (e nonni) a 40. Qui la vita è anticipata. E anche la morte.

Jessica è single, nuota veloce e mangia sano. Samantha fa la mamma, la mammabambina, come altre centinaia. Jessica lavora. Gestisce una stanza del buco e vende il kit sanitario ai drogati: siringa (che chiama «pompa»), laccio emostatico, carta stagnola, cucchiaino, insulina, limoni, acqua distillata, ampolle. Guadagna 1.200 euro al mese: «Ma li prendo ’a semmana (divisi in settimane, ndr); mio cugino spaccia e cresce di stipendio: 2 mila euro più bonus» dice.

«Scusa, ma la camorra fa lavorare pure le donne?» chiedo. E scopro che a differenza delle dame di mafia, massaie per statuto, quelle di camorra sono parte del Sistema, hanno diritto al posto lasciato vacante dal parente prossimo «sfortunato». Cioè ucciso o arrestato. Samantha invece è casalinga: «Ho due figli, i suoceri e un compagno disoccupato. E meno male che c’è il nonno». Non è un affetto disinteressato. «Ha la pensione d’invalidità». A Scampia non si conoscono ospizi, i vitalizi di anziani e disabili garantiscono lo stomaco pieno.

Jessica e Samantha stabiliscono visivamente che la gente delle Vele appartiene a due grandi categorie: chi sta con il Sistema, la minoranza, e chi no, la maggioranza, domestica e parsimoniosa. Fa nulla, per esempio, che il cibo povero abbia geneticamente mutato i corpi delle donne, splendide e «inquartate», cioè abbondanti dalla vita in giù. È un cibo che rifiuto con cortesia: «Ho il colesterolo alto, grazie». Mi nutro appena, nelle Vele, e fumo tanto. Conta anche la tensione, naturalmente, ma alla fine di questa avventura avrò perso 9 chili. Loro, invece, mangiano tutto finché c’è, quasi sempre grassi e carboidrati, ché costano poco e sfamano. Non è un piacere. È puro istinto di sopravvivenza.

COME FARE IL CAMORRISTA
L’affiliato segue un Codice speciale. Primo comandamento: «Nella vita bisogna essere in grado d’inseguire e di scappare». Per uccidere e per evitare di venire uccisi. O, perlomeno, arrestati. È una scoperta che subisco, questa. Il 2 febbraio piombano a casa il Biondo e un altro Moro, quarantenne però e assai basso di statura. M’impongono di seguirli. «Perché? Me ne devo andare dalle Vele?». Il timore è che qualcuno, forse i ragazzini della via Pal, abbia scoperto e riferito di macchina fotografica e telecamera. «Vieni, non ti preoccupare e non rompere il cazzo» ordina il Biondo.

Nel parcheggio trovo due utilitarie, una Punto e una Lancia Y. In una ci sono due persone, nell’altra, sul sedile posteriore, il Bruno alto. Il Biondo sale nella Punto, a me tocca guidare la Y in compagnia dei due Bruni. Il senno di poi mi farà ridere di me e delle mie paure. Ma ripenso a Lelluccio Bastone e alla sua fine. Sono certo che toccherà anche a me. La testa mi scoppia, parla da sola: «Il più cattivo di tutti sarà il Bruno alto, mi brucerà vivo». Arrivo sul crinale della confessione e, proprio quando sto per chiedergli la cortesia di uccidermi con un colpo secco alla nuca, mi salva il Bruno piccolo. Rompe il silenzio e annuncia il tragitto per Benevento. Noi siamo davanti, la Punto rimarrà permanentemente a 1 chilometro di distanza da noi. Se trovassimo un posto di blocco, dovrei in qualche modo attirare l’attenzione e poi scappare per lasciare campo libero alla Y. Catturati, la versione ufficiale sarebbe: «Sono senza assicurazione, per questo scappavo, loro non c’entrano».

Sto per commettere un reato. Ma sono rilassato. È chiaro che a Scampia un incensurato disperato fa sempre comodo. Alla notizia rinasco. In 10 minuti catturo le chiacchiere del Piccolo. È loquace, il ragazzo. A un certo punto mi lancio: «Se volessi affiliarmi, cosa mi aspetta?». Sono parole preziose le sue. Spiegano ’o Sistema: «Chi scenn’ ’a faticà, chi lavora per i clan, sta in una paranza», cioè nei gruppi più esposti, quelli che sorvegliano la piazza di spaccio. «Quando sei in servizio alla paranza è vietato l’uso di droghe che riducono la reattività. È autorizzata soltanto la cocaina» perché enfatizza caratteri ed emozioni.

Lo spacciatore, insomma, deve mantenersi in forma e vestirsi adeguato. «Tute sportive anzitutto, poi bomber e scarpette». Raramente i pusher si allenano in palestre ufficiali. I più benestanti hanno gli attrezzi nelle case fantasma attigue alle loro, gli altri dispongono di una palestra collettiva, «ricavata in una cantina». I culturisti «sono gli stessi che perlustrano i palazzoni giorno e notte, con turni di 8 ore a rotazione. E niente più ostentazioni, auto e moto veloci, collane d’oro alla Scarface. Tutto abolito». I boss hanno stabilito che il vero criminale non deve sembrare un criminale. Faccia il borghese, piuttosto.

La grande sorpresa, poi, è che al tempo di eBay, Groupon e dei corrieri espresso, la vendita su piazza si è fatta anacronistica. La camorra è giovane d’età e veloce di pensiero, sa stare nella contemporaneità. Quindi consegna la droga a domicilio. Il telefono cellulare è interdetto, per gli ordini impiega i social network. Usa inoltre una cautela ulteriore: grazie ai soliti documenti falsi, si usano connessioni irrintracciabili.

Naturalmente decidere di spacciare fuori dal Sistema è vietato, si rischia seriamente la vita. Per chi vende molto c’è però un premio di produzione. Poiché i boss mantengono un calendario dei turni, il sabato è «litigato» (conteso) perché gli ordini aumentano e di sicuro ci scappa il bonus. Dato che i pusher fidati vengono utilizzati come pony-express, molti spacciatori su piazza, talvolta ultraminorenni, altre disoccupati e cassintegrati (incensurati, va da sé), vengono da fuori Scampia. Ma non è generosità. Siccome i piazzisti sono facilmente arrestabili, così come gli autisti di Punto, diventano «utili idioti» controllati dai pali, l’appendice più avanzata dei boss. I sorveglianti dello Stato. E della normale gente di Scampia.

Farsi sequestrare dalle guardie un pacco di droga («Ho avuto ’na perdita») equivale a indebitarsi per sempre. Perché il suddetto pacco, ovvio, bisogna rimborsarlo. E siccome lo stipendio è relativamente basso, lo spacciatore diventa schiavo del boss di riferimento prima di «fare» i soldi necessari al riscatto di se stesso. A meno che nel frattempo non esegua un ordine particolare. Tipo commettere un omicidio. Non mi trattengo: «Tu hai mai ucciso?» domando. «Non sono io l’esperto, chiedi a quello dietro» ride il Piccolo. Dallo specchietto retrovisore percepisco un lieve movimento della palpebra del Grande. Capisco che è il caso di tacere. E che l’unica intuizione realistica sul mio assassinio avrebbe potuto riguardare il suo esecutore materiale.

Arrivati a Benevento, vengo depositato nei pressi di piazza Duomo. Il Piccolo si mette alla guida della Lancia Y e dal finestrino della Punto il Biondo brontola: «Non rompere il cazzo, fatti una camminata, ci vediamo qui tra 2 ore». Ma la mia prima corsa è verso una toilette. Poi vado a un internet point per scrivere (e descrivere) fatti, luoghi e personaggi. Spedisco tutto a una persona di fiducia: non si sa mai. Invece il ritorno verso Scampia sarà simile, solo più silenzioso: nei Bruni c’è tensione. All’arrivo mi vengono consegnati 300 euro. Scendo a due isolati dalle Vele e torno a piedi a casa
Ripeterò altri viaggi brevi, a Giugliano e sul monte Faito, con la stessa dinamica. Il Piccolo parlerà ancora solo all’andata. Solo che ogni volta cambieranno le macchine. E al ritorno il bagagliaio sarà pieno.

DOVE STA 'A MUNNEZZA
Col tempo ho acquistato una buona confidenza tra le paranze. Ci sono persino uscito a cena, seduto ai tavoli dei migliori ristoranti di Posillipo, mangiando cose da ricchi. Pagano loro, io sono ufficialmente un poveraccio. È sorprendente la confidenza che gli uomini di camorra hanno con la Napoli bene: è sicuramente maggiore della mia, che pure napoletano sono. Si conoscono bene, aristocratici e mafiosetti. Parlano di viaggi e gioielli. «I soldi uniscono i ricchi, la povertà divide i poveri» declamo dopo avere bevuto un po’. È una frase troppo a effetto per uno spiantato. Però hanno bevuto tutti. Il Piccolo e i suoi mi guardano come un extraterrestre, poi ridono a crepapelle e avverto piena la scivolosità di un’affermazione: «Divorzia’, tu è troppo tempo che non chiavi. Mo’ ci pensiamo noi a procurarti una femmina, vediamo come te la cavi». Stavolta la risposta è giusta: «Guaglio’, forse il problema è che io chiavo troppo. Sono proprio le femmine che mi riempiono la testa di chiacchiere».

Un altro incidente, potenzialmente letale, è datato 4 febbraio. A Scampia s’inaugura «Il raggio di sole», una bella struttura sportiva di quartiere. La mia paranza da viaggio ci va tutta. Invitano anche me. Non lo sapevo, sennò mai avrei rischiato, ma oltre al sindaco Luigi De Magistris c’è Raffaele
Cantone, il magistrato che ha incastrato i Casalesi (e non solo), odiatissimo da tutti i camorristi. Ci conosciamo da molti anni. Raffaele mi vede da lontano, sorride e si avvicina. Non so come, riesco a fargli un cenno disperato. Lui, sveglio, capisce che qualcosa non torna, finge di non conoscermi
e mi volta le spalle. La mia fortuna è che in quel momento la paranza si sta facendo fotografare sottobraccio con De Magistris, amato a Scampia e ignaro di tutto. È una lezione definitiva. Da ragazzo pensavo che le foto fossero una prova evidente della collusione tra politici e mafiosi. Non è così,
punto e basta.

Invece è certo che qui, sul mercato, ci sono sette prodotti: cocaina, eroina, kobret (più o meno eroina che si fuma), hascisc, marijuana, amnésia (marijuana trattata chimicamente), acidi. Gran parte delle droghe arriva dal Marocco via Spagna. Gli acidi sono invece fatti in casa. Lo deduco dai miei diari di viaggio: «Abbiamo due fabbriche, una nel Sannio e l’altra nel Basso Lazio, vicino Fondi». Quanto alla marijuana, è difficile da importare: troppo ingombrante. «La pianta viene coltivata direttamente in Campania, il clima lo consente. Alcuni campi di erba allucinogena sono sul monte Faito e verso il mare di Giugliano», a nord di Scampia. L’inverno del 2012 è stato gelido, però: il gran freddo ha devastato le piantagioni. Così in autunno è atteso un parallelo aumento dei prezzi. Per contenerli non basterà aumentare il dosaggio con nuove sostanze sintetiche, che ne accrescono la potenza ma anche i rischi per gli acquirenti.

Per i padroni dello spaccio gli utili sono enormi. Il Biondo ormai si fida, ma nemmeno lui conosce il tariffario all’origine: «Che cazzo ne so? All’ingrosso 1 chilo di cocaina si paga 43 mila euro, con in più l’omaggio di un centinaio di grammi». La polvere viene poi trattata chimicamente. Siccome il trattamento aumenta il peso del 30 per cento, «si arriva a circa un chilo e 330 grammi». Al dettaglio, a Scampia un grammo di cocaina costa 70 euro, 85 se consegnata a domicilio. Quindi con un investimento iniziale di 43 mila euro se ne incassano 93 mila. E pensare che i guadagni si sono parzialmente ridotti. La coca, prima della faida del 2004, «costava appena 37 mila euro al chilo».

Leggenda vuole che la Vela rossa contenga il più grande deposito per l’ingrosso di droga a Scampia. La quasi certezza è che lì sarebbe sistemato pure un arsenale di guerra: pistole automatiche, kalashnikov, persino bombe a mano, buone per potenziali stragi. Negli ultimi giorni ho tentato due volte di entrare nella Rossa, ma non c’è stato verso, nonostante la frequentazione con i «pali» in servizio. Ai quali sono persino affezionato. Ecco, credo di averli smarriti. Ma forse, cercando, potrei ancora trovare qualche filmato delle nostre gite fuori porta. Così, per ricordo personale.

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    ©RIPRODUZIONE RISERVATA
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