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Tutta la verità sulla bambina di Londra (e sulla mamma "pazza")

Questa la storia (con documenti inediti) di Alessandra Pacchieri la donna costretta in Inghilterra ad un parto cesareo ed alla quale è stata tolta la figlia 

Tutta la verità sulla bambina di Londra (e sulla mamma "pazza") Tutta la verità sulla bambina di Londra (e sulla mamma "pazza")
Un neonato all'ospedale
Credits: EPA/LUONG THAI LINH

Tag:  affidamento Londra servizi sociali

di Antonella Piperno

Non vede la sua piccola, che chiameremo Rose, da cinque mesi. I servizi sociali inglesi, racconta, «le vietano di incontrarla», dicendole che «è stata già adottata». La verità invece è che in Inghilterra, nella contea dell’Essex, sono solo cominciati i primi incontri tra la bambina che, oggi ha un anno e quattro mesi, e la coppia di genitori che dovrebbero adottarla.

Si chiama Alessandra Pacchieri e ha 35 anni la donna che gli  inglesi hanno ritenuto «pazza» costringendola  a un parto cesareo forzato e all’affidamento da parte del tribunale di Chelmford (Essex) della sua bambina ai servizi sociali inglesi. Nonostante lei abbia sempre ribadito «di volersi occupare della piccola, riportandola in Italia». Alessandra non è «pazza», soffre di sindrome bipolare, un disturbo depressivo, molto diffuso, che si manifesta con un’alternanza di fasi depressive ed euforiche e viene tenuto a bada dai farmaci.

La donna a cui gli inglesi hanno rubato una figlia è nata a Chianciano ma oggi vive a Chiusi, dove, sfumata l’assunzione come hostess alla Ryanair (all’epoca del fatto era in Inghilterra per seguire un corso di addestramento) si guadagna da vivere facendo la badante a una coppia di anziani. E’ tornata alla fine del 2012 dopo essersi resa conto che vista la sordità delle istituzioni inglesi, dall’Italia avrebbe avuto più chance di vincere la battaglia legale per riavere Rose. A Chiusi vivono anche le sue prime due figlie, di 11 e 4 anni, avute da due diversi padri americani, affidate alla nonna materna dai servizi sociali italiani proprio per il bipolarismo della mamma. Alessandra è la vittima di quello che il deputato liberal-democratico inglese John Hemming ha definito un «abuso dei diritti umani» dopo che la vicenda è esplosa sulla stampa inglese. «Una roba da regime hitleriano»,rincara la dose il suo avvocato Stefano Oliva, che con la collega Luana Izzo la assiste dall’inizio del 2013.  Ora a Londra li ha affiancati il collega  Brendan Fleming, che ha preso il posto dell’avvocato d’ufficio di Alessandra. All’abuso inglese Oliva accosta però anche uno scarico di responsabilità anche da parte italica: dal ministero degli Esteri, ambasciata italiana a Londra, Consolato, tutti allertati dai due avvocati nel maggio scorso. «Ci ha risposto solo il ministero della Giustizia. Ci ha spiegando di non essere competente invitandoci a perseguire le vie legali nel Regno Unito».

Ha avuto una vita complicata, Alessandra. «Abbiamo iniziato ad occuparci della sua storia quando all’inizio del 2013 da una zia della secondogenita, che si era già offerta di prendere in affido a Los Angeles, le due prime bambine di Alessandra, abbiamo saputo dell’esistenza di una terza figlia» racconta Oliva «Con il consenso della zia americana, della mamma e della nonna abbiamo depositato al Tribunale dei minori di Firenze l’istanza per l’affidamento delle tre bimbe, anche per quella requisita dai servizi sociali inglesi». Alessandra, che con i suo due precedenti uomini ha vissuto in Inghilterra e negli Usa, dove dirigeva il ristorante del partner, ne sarebbe entusiasta. Il suo progetto infatti è andare a vivere a Los Angeles, accanto alle sue tre bambine alla famiglia della cognata americana. Il tribunale di Firenze si è però dichiarato incompetente a decidere per l’ultima nata, rimpallando la questione al Regno Unito, che ha rigettato l’istanza per l’affido della terza bimba perché non ci sono legami di sangue con la zia americana.

In questa tragica vicenda che sembra un film drammatico, Rose è infatti figlia di un terzo papà, un senegalese immigrato in Italia. E’ nata nell’agosto del 2012: Alessandra si trovava in Inghilterra da qualche mese per seguire, all’aeroporto di Stansted, un corso di addestramento per diventare hostess della Ryanair. In albergo a luglio all’ottavo mese di gravidanza, ha una crisi di panico probabilmente provocata dalla mancata assunzione dei farmaci che le regolano l’umore. Si agita perché non riesce a trovare il passaporto delle sue  due bambine (che erano in Italia con la nonna), chiama la polizia. I poliziotti inglesi davanti al suo stato di agitazione telefonano alla madre, che li informa del bipolarismo della figlia. Alessandra viene sedata e ricoverata in un reparto psichiatrico, praticamente in stato di detenzione.

«Lei ricorda di aver detto, “ma io sto bene, non c’è bisogno di portarmi in ospedale”» racconta Oliva. Ma la faccenda diventa ben più tragica ad agosto quando Alessandra viene portata in sala operatoria per il parto cesareo deciso dal tribunale. Nonostante continuasse a sgolarsi: «Ma dove mi portate? Io voglio partorire in Italia».  «Tra l’altro Alessandra parla benissimo l’inglese, quindi è impossibile che ci sia stato un difetto di comunicazione» osserva l’avvocato.  Tant’è. La bambina nasce e, nel febbraio 2013 viene messa in adozione, nonostante l’opposizione della madre (ha fatto appello nel giugno scorso, senza ottenere finora risposte) e nonostante i medici sostenessero che mamma e figlia non dovevano essere separate. Anche con un certo pastrocchio burocratico: Nelle carte del tribunale la bambina viene registrata con il cognome del primo partner della mamma, e non con quello del vero padre, un senegalese che si è anche fatto avanti, inascoltato dagli inglesi, per prendersi cura di Rose. «E’ una decisione inconcepibile, perché tutte le risoluzioni europee garantiscono l’integrità del nucleo familiare. Si fa eccezione solo in caso di abbandono, che in questa vicenda non esiste».

Tant’è. Dopo il parto Alessandra si sveglia in un’altra unità ospedaliera (è sempre in ricovero obblgato) e può incontrare sua figlia solo una volta a settimana. Ad ottobre del 2012 torna in Italia anche per difendersi meglio (lì aveva un  avvocato d’ufficio che non le dava notizie delle udienze) e da allora (e fino a cinque mesi fa,) incontra sua figlia una volta al giorno.

Intanto dal marzo di quest’anno la coppia di legali si muove in Italia.  Il primo a rispondere «picche» è il Tribunale di Firenze che si dichiara incompetente perché la piccola Rose non  è nata in Italia e spedisce gli avvocati al tribunale di Roma. Da quest’ultimo si apre uno spiraglio: pur dichiarando il difetto di giurisdizione italiano (perché la Pacchieri avrebbe dovuto appellarsi subito dopo il parto) il 31 ottobre scorso ha dichiarato però di «non poter riconoscere il provvedimento della Corte inglese perchè contrario alle norme italiane e internazionali di ordine pubblico».

Il ministero degli esteri, sollecitato dagli avvocati, tace, come l’ambasciata e il consolato italiano a Londra, che sostiene Oliva «non ha mai risposto alla nostra informativa del maggio scorso». Il console Massimiliano Mazzanti ha invece dichiarato di essere stato informato della vicenda dai servizi sociali inglesi.

Ora per risolvere l’incubo di Alessandra sono aperti due fronti: quello inglese, con l’appello pendente e quello del tribunale di Firenze che, sperano gli avvocati, potrebbero inserire anche la piccola Ryanna, con le sue due sorelle, nell’istruttoria di affidamento  alla zia americana.

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