L'Italia guiderà la missione navale della Nato che dovrà imporre il rispetto dell'embargo sulla fornitura di armi a Tripoli stabilito dalla risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza dell'Onu. La flotta alleata dovrà controllare i mercantili in transito pere evitare che portino armi alle truppe di Gheddafi ma non sarà coinvolta nelle operazioni belliche.
Per questa ragione, nella forza di sedici navi da guerra e sottomarini sarà presente anche la Turchia, contraria alle incursioni sulla Libia che, anzi, è il maggiore contributore a questa missione con ben unità navali.
L'assenza di minacce, dovuta anche all'inconsistenza delle forze navali del raìs, rende la flotta guidata dall'ammiraglio Rinaldo Veri forse fin troppo potente composta da navi italiane di grandi dimensioni e altrettanto grandi capacità di combattimento come la portaerei Garibaldi e il cacciatorpediniere Doria.
Perché "sprecare" una portaerei con i suoi elevati costi d'esercizio per un compito di ispezione ai mercantili per il quale sono sufficienti pattugliatori e corvette? Considerando la confusione politica che domina l'intera operazione internazionale in Libia e soprattutto la partecipazione italiana non si può escludere che, assegnando la portaerei a questa missione, Roma voglia mettersi al riparo da una possibile richiesta della Coalizione per impiegare i jet Harrier Av 8B della Marina in attacchi contro le forze terrestri di Gheddafi.
Un'esigenza che sul campo di battaglia appare sempre più evidente anche a causa delle scarse capacità militari degli insorti. Dopo cinque giorni di guerra, il governo italiano non è infatti riuscito ancora a chiarire i dettagli del ruolo dell'Italia nelle operazioni belliche e le dichiarazioni del premier e di ministri e sottosegretari su cosa facciano realmente i nostri aerei nei cieli libici sono state spesso discordanti e stridono con il fragoroso silenzio imposto ai vertici militari e ai comandanti impegnati sul campo.
La Nato potrebbe assumere anche un "ruolo chiave", come lo ha definito la casa Bianca, nelle operazioni aeree pur garantendo ad anglo-americani e francesi la massima autonomia operativa nella guerra contro Gheddafi, esigenza che induce Parigi a non voler assegnare all'Alleanza il comando della guerra.
La Nato del resto si è resa disponibile a gestire solo "la stretta interdizione di qualunque difesa aerea dell'avversario" come ha precisato ieri il colonnello Massimo Panizzi, portavoce dell'ammiraglio Di Paola che guida il comitato militare della Nato.
La Nato potrebbe quindi occuparsi dei pattugliamenti sulla Libia nei quali l'uso delle armi è autorizzato solo contro aerei e batterie antiaeree libiche. Un rischio molto contenuto perché l'attacco preventivo scatenato sabato scorso ha cancellato ogni capacità aerea, come ha reso noto la Royal Air Force britannica.
Resterebbero quindi a gestione nazionale le operazioni di attacco al suolo contro le forze libiche condotte da francesi, statunitensi e britannici creando così una doppia operazione simile a quella registrata per anni in Afghanistan dove la missione della Nato gestiva la sicurezza mentre le azioni offensive contro talebani e al Qaeda venivano effettuate
dall'operazione Enduring Freedom a guida statunitense. Un ulteriore motivo di confusione e di spaccature nella Coalizione coinvolto in una guerra pianificata e gestita con approssimazione.
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Gianandrea Gaiani ha seguito le missioni militari italiane degli ultimi 20 anni. Dirige Analisi Difesa , collabora con i quotidiani Il Sole 24 Ore, Il Foglio e Libero ed è opinionista di Radio Capital e numerosi programmi RAI. Ha scritto "Iraq Afghanistan: guerre di pace italiane
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