La crisi libica rischia di mettere a nudo l’incapacità degli organismi internazionali e dell’Occidente di esercitare un ruolo di leadership e soprattutto di trovare o imporre soluzioni ai problemi di sicurezza globale. Negli ultimi giorni vertici e summit di Nato, Unione Europea e Lega Araba non hanno portato a nulla di concreto se non alle solite dichiarazioni di condanna di Muammar Gheddafi.
Il dittatore libico, fino a un mese or sono ospite gradito ai consessi della Lega Araba e interlocutore di primo piano per statunitensi ed europei sul piano commerciale ed energetico, è diventato improvvisamente un pericolo pubblico di cui liberasi, un despota senza scrupoli invitato a togliersi di mezzo o addirittura da processare. Persino noi italiani che avevano firmato con la Libia un trattato di amicizia con precise clausole militari lo abbiamo "sospeso" rendendo disponibili le nostre basi agli alleati per eventuali attacchi al raìs.
Difficile non comprendere l’ira di Saif al Islam, figlio del colonnello, che oggi ci addita come traditori e minaccia di assegnare i contratti stipulati con aziende italiane ed europee a compagnie cinesi, russe e indiane. Europa e Stati Uniti, memori forse di quanto accaduto in Tunisia ed Egitto , non hanno esitato a scaricare il raìs, corteggiato fino a ieri, per allinearsi con un’opposizione di cui non sapevano nulla ma subito accreditata di scopi liberali e democratici e che soprattutto sembrava in grado di rovesciare in pochi giorni il regime.
Gheddafi invece non è scappato con i lingotti d’oro come Ben Alì, né si è fatto pensionare come Hosni Mubarak ma ha tenuto duro ed è partito al contrattacco, sembra con ottimi risultati militari . Sarebbe quindi lecito aspettarsi che statunitensi, europei e perfino gli arabi corrano in soccorso dei combattenti per la libertà dei quali così affrettatamente avevano sposato la causa. Invece a quanto pare nessuno è pronto a sparare un colpo per loro.
L’Europa si defila fingendo di discutere di una no-fly zone che sarebbe del tutto inutile in un conflitto essenzialmente terrestre. Così come appare inutile il rafforzamento navale varato dalla Nato nel Mediterraneo centrale, considerato che bloccare eventuali navi cariche di armi per Gheddafi non servirà a nulla per almeno due ragioni: Gheddafi può ricevere aiuti militari via terra dai suoi vicini africani e soprattutto dispone già di armi sufficienti a stroncare la rivolta.
Negli anni '90 noi europei non fummo in grado di gestire da soli la crisi balcanica (intervennero gli Stati Uniti sotto l’ombrello Nato) nel nostro "giardino di casa" e oggi non siamo in grado di affrontare una crisi nel Mediterraneo. Con tanti saluti a oltre un decennio di aria fritta sulla difesa europea e l’emancipazione strategica da Washington. Abbiamo scelto, forse avventatamente, da che parte stare nel conflitto libico ma non siamo pronti a combattere per quella causa: segno evidente dell’assenza totale di una strategia e del coraggio richiesto a chi guida alcune delle principali potenze economiche e militari mondiali.
Parigi ha tuonato di essere pronta a intervenire anche da sola, ma finora non ci risulta che la portaerei De Gaulle si stia dirigendo verso la Libia con intenti bellicosi. I francesi abbaiano ma per ora non mordono. Gli statunitensi ritengono invece che la questione libica dipenda dagli europei, in teoria perfettamente in grado di combattere da soli le scarne formazioni militari di Gheddafi. E poi il Pentagono non vuole affrontare un altro conflitto e un’altra democrazia da costruire dal nulla in un Paese arabo anche se Obama a parole dice di Gheddafi le stesse cose che George W. Bush diceva di Saddam Hussein.
Solo che Bush mandò i soldati a deporre il raìs mentre Obama tentenna per la paura di assomigliare troppo al suo predecessore, specie agli occhi del suo elettorato. Se nessuno interverrà militarmente e in modo deciso i ribelli libici potrebbero avere i giorni contati . La pochezza e la pavidità delle leadership occidentali rischia di far apparire un gigante il dittatore libico, che almeno ha avuto gli attributi per restare al suo posto e combattere gli avversari. Se vincerà lui ci sarà da ridere. Ve li immaginate europei e americani tornare a sgambettarsi tra loro per aggiudicarsi commesse, contratti petroliferi e forniture di armi al "dittatore impresentabile"?
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Gianandrea Gaiani ha seguito le missioni militari italiane degli ultimi 20 anni. Dirige Analisi Difesa , collabora con i quotidiani Il Sole 24 Ore, Il Foglio e Libero ed è opinionista del Giornale Radio RAI e Radio Capital. Ha scritto "Iraq Afghanistan: guerre di pace italiane
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