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Il mio Kumbh Mela

Il reportage e le immagini del più grande pellegrinaggio del mondo della nostra inviata in India - Guarda le foto -

Il mio Kumbh Mela Il mio Kumbh Mela
Il Sangam, luogo sacro del Kumbh Mela (Credits: Terry Marocco)

Tag:  fiume sacro India Kumbh Mela

di Terry Marocco

Accade solo ogni dodici anni, ma le condizioni astrali del 2013 facevano sì che l’evento, in questa forma, si sarebbe ripetuto solo tra 120 anni. Imperdibile. Il Maha Kumbh Mela è il più grande raduno spirituale di tutto il mondo, il viaggio sacro che ogni indù deve compiere nella vita, ma anche l’evento più esagerato del pianeta: 100 milioni di pellegrini che in 55 giorni confluiscono nella città di Allahabad. Studiato da grandi università come Harvard, che qui inviano i loro ricercatori per capire come si riesca a organizzare una cosa come questa  in una landa fangosa sulle rive di due fiumi. In un paese, come l’India, dove ci sono nove posti letto in ospedale ogni diecimila abitanti, riuscire  a costruire 43.840 bagni e 38 ospedali da campo è quasi un miracolo.

Volevo andarci da anni e volevo portarci i miei figli: Antonio e Maria di 11 e 10 anni. Erano stati in India già tre volte, erano rodati. E mentre chiedevano di andare a sciare a Selva con i loro amici, gli ho prospettato un’avventura in tenda, santoni che vivevano da anni con le braccia alzate o stesi su materassi di rovi, asceti nudi con i piselli lucchettati: roba da far impallidire gli amici di ritorno dalla settimana bianca.

Hanno accettato, così anche mio marito Attila, ateo convinto, scettico davanti alla fede indù, ma che mai mi avrebbe lasciato nelle mani dei santoni (nemmeno se avevano la cintura di castità).

Allahabad si raggiunge con un paio di ore di macchine da Varanasi, la città sacra, dove gli indiani vengono morire, le pire di legno bruciano tutta la notte cadaveri portati a spalle nelle stradine strette, quasi  a sfiorare i vivi. Chi muore  sulle rive del Gange arriva diretto al nirvana. Ma chi va almeno una volta al Kumbh Mela avrà tutti i peccati rimessi, interromperà il ciclo delle reincarnazioni, potrà aspirare alla moksha, la liberazione eterna. Sulla strada verso la città non c’è  quasi elettricità. E’ notte, le donne cucinano su fuochi nei cortili, le case si intravedono spoglie, costruite in lamiere. Allahabad è nello stato dell’Uttar Pradesh, 6 milioni di abitanti, qui i fiumi Gange e Yamuna si uniscono. La leggenda vuole che siano addirittura tre i corsi d’acqua sacri che confluiscono.  Ma del terzo, il Saraswati, non ci sono tracce. E’ un mito, come molte altre cose che vedremo nei quattro giorni passati qui, cose che non potrebbero accadere altrove.

Sembra di essere dentro Blade Runner: «Ho visto cose che voi umani non potreste immaginare», in un’atmosfera da Medioevo e fumetto insieme.

Arriviamo davanti  a una sterminata tendopoli. Anche noi siamo ospitati in tende, le «tende eleganti» che avevo prospettato ai miei figli.
C’è un temporale fortissimo, quasi una specie di monsone come se Shiva, il dio vendicatore qui venerato, si stesse scatenando.

Il nostro accampamento è dentro un ashram, un monastero, i pellegrini dormono per terra in enormi capannoni. A noi tocca una sorte migliore, siamo divisi in due tendine, con un piccolo bagno.
Il fango è ovunque, la temperatura è come quella che avrebbero trovato a Selva. Per un attimo penso che forse le Dolomiti sarebbero state meglio del Gange, ma è solo un attimo.

Ci accolgono per la cena, in una saletta dove si va scalzi (la moquette ha visto tempi migliori). Una turista tedesca attempata, ma di quelle inarrestabili, deambula con ai piedi le cuffie della doccia. Gli indiani hanno visto milioni di pellegrini, ma non hanno mai visto due bambini europei. Si prodigano, gentilissimi: c’è un piccolo buffet vegetariano, niente carne, niente alcool. La nostra guida, un mogul, musulmano e mezzo afgano, sbuffa e di nascosto si versa un baby di scotch in una bottiglietta di coca cola. Fuori urla il vento  e soffia la bufera, ma i bambini la prendono sportivamente. Io mi affaccio nella cucina del monastero e penso che mai detto sia più vero di «occhio non vede cuore non duole». Comincio a mangiare pregando tutti gli dei che conosco e contando mentalmente quanto Imodium abbiamo in valigia. Ma non succederà mai nulla, staremo tutti e quattro benissimo.

Miracolo del Kumbh Mela.

La notte è buia e tempestosa, Maria non dorme, dice di aver visto correre topi lungo la tenda. La rincuoro dicendole che siamo i soliti fortunati, meglio fuori che dentro, quelli prima di noi li hanno avuti in tenda.
Al mattino la tempesta è passata, il cielo è blu, la Madre Ganga scorre serena sotto di noi, con quel suo colore invitante dalle cento sfumature di marrone e finalmente andiamo verso il nostro vaso di folla (questa è una delle traduzioni del nome, letteralmente festa dei vasi). Undici chilometri a piedi per arrivare al Sangam, il luogo dove tutti si recano, dove si uniscono i fiumi e  dove si può fare il bagno purificatore. Per bagnarsi  ci sono date precise, quella scelta da noi è l’ultima, il 26 febbraio, con il plenilunio, forse la meno affollata. Durante il bagno precedente, il 10 febbraio, la folla era così enorme (30 milioni di pellegrini, più di tutta Delhi che ha 21 milioni di abitanti) da non riuscire nemmeno ad avvicinarsi alle rive. Nel giorno del nostro arrivo dicono che ci sono ormai “solo” dodici milioni di fedeli. Camminiamo attraverso una vera e propria città ricostruita dal nulla: ponti, strade, un’illuminazione a giorno che impressione pensando ai villaggi al buio che abbiamo visto arrivando. L’area è di 58 chilometri quadrati, la densità della popolazione è di 517.mila per chilometro quadrato, più di Manila, 99 parcheggi (nel 2001 erano solo 35), i poliziotti dai lunghi bastoni sono oltre 30mila. Ma la folla ci scorre accanto silenziosa, trasportano sul capo i vestiti da indossare dopo il bagno. Molti sono scalzi, arrivati qui  a piedi percorrendo anche centinaia di chilometri.

Ci fermano e ci chiedono gentilmente se ci possono fotografare, soprattutto Maria, la più gettonata. Le baciano le mani, la guardano con ammirazione, le spiego che a dieci anni qui è già pronta per sposarsi. Ci fa un pensiero, soprattutto quando arrivano le macchine di lusso dei ricchissimi indiani da Delhi, le donne scendono nel fango in sari preziosi, coperte di gioielli e si infilano con i vecchi cenciosi nelle tende dei santoni. C’è una democrazia della fede: tutti uguali ad inginocchiarsi davanti  a uomini, dai quali io non avrei comprato neanche una macchina usata.

I baba si presentano con cartelloni pubblicitari inquietanti: quasi tutti grassi, ornati di catenone d’oro, il Kumbh sembra la loro grande campagna elettorale, chi ha più seguito ha più potere. Hanno eretto dei veri palazzi di cartapesta dorata, alcuni hanno l’eliporto. Distribuiscono cibo gratis, centinaia di fedeli vengono anche solo per toccarli. Ne ho visto uno che sembrava Orson Welles sventolato con piume di pavone, come un maharaja. Gli indiani facevano la fila per ore per baciargli la sacra pantofola e lasciargli le loro rupie, lui dall’alto della sua pancia li benediceva.

Lungo la strada i sadhu si esibiscono su letti di spine, il corpo coperto dalle monete che gli lasciano i passanti. L’attrazione principale sono i Naga Baba, gli asceti più mistici, il cuore dell’evento. Vivono nudi cosparsi di cenere, sono loro i primi  a potersi bagnare nel Gange, e da soli, perché «purificano l’acqua». Entriamo nel loro campo per incontrarli, nella tendina di Shiva Chandra Bharti. Dopo averci benedetto tutti con la cenere del fuoco sacro di Shiva davanti al quale sta tutto il santo giorno, accetta di parlarci e mi chiede di sedermi vicino  a lui.

E’ completamente nudo, il corpo grigio per la cenere in segno di penitenza, solo un orologio (simil rolex) e un anello di ferro che gli serra il pisello. Racconta che ha iniziato fare il Naga Baba da bambino dedicandosi alla povertà e al grande sacrificio di restare vergine. Dice che non ha mai avuto rapporti sessuali e tutta la sua energia va nella meditazione e nelle cose pazzesche che fa: con il suo sesso può sollevare un camion e anche bere un bicchiere di latte tipo proboscide, dice lui.

Poi si alza e chiama un amico, anche lui nudo  e incenerito, si avvolge il pisello intorno a un bastone che si passa dietro le gambe e l’altro gli sale sopra. Urla di dolore di mio figlio. Poi torna con tutta calma, chiama il suo assistente (ogni santone che si rispetti ne ha almeno uno) e gli dice di preparagli un chilum. L’assistente, che dice di essere l’uomo dai rasta più lunghi del mondo, tira fuori un pacchettino di erba e prepara una pipa che avrebbe fatto impallidire Bob Marley.

Mentre fuma una fila di indiani entra nella tenda per toccargli i piedi e prendere la sua benedizione.

Alla terza benedizione, e dopo che mi ha dato il suo numero di cellulare, lo lasciamo.

Continuiamo verso il Sangam, ma i miei figli hanno fame. Il Kumbh Mela è un grande paesone e ci sono anche punti di ristoro. Attila dice che non possiamo, non vogliamo, non dobbiamo mettere a repentaglio la vita dei nostri figli con una samosa (frittella di patate). Ma alla fine cede e ci sediamo al tavolo di plastica di una specie di baracca che funge da ristorante. Davanti  a noi c’è una famiglia benestante che viene dal Rajastan: si sono fatti dieci ore di macchina per arrivare e dieci se ne faranno alla fine della giornata per tornare a casa. Non vogliono vedere i bambini senza mangiare, così ci offrono le loro frittelle di patate ricoperte da una salsina verde (tipo pesto, ma non è pesto).
Il cibo offerto non si rifiuta, e poi sono buone:  anche Maria fa onore al piatto (mentre Antonio assicura che preferisce il digiuno).  Finalmente arriviamo al mitico «Sangam», che poi è la riva del fiume ricoperta di paglia, fango, abiti abbandonati. Antonio si sdraia e si addormenta, tranquillo come se fosse in spiaggia. Un santone che dice di avere i capelli più lunghi del mondo (abitati da infiniti animaletti) viene  a benedirlo nel sonno.

Gli uomini si spogliano, restano in mutande e si buttano nel fiume, le donne entrano completamente vestite, nei loro sari colorati. Si lavano la faccia, non contenti bevono e portano via l’acqua in bottiglie di plastica, urlano felici. Alcuni si esibiscono in apnee spericolate.

Tutti, al ritorno, mi hanno chiesto se mi fosse venuto in mente di bagnarmi.
Neanche per tutto l’oro del mondo, non abbiamo il fisico per purificarci.

La madre di tutti i fiumi accoglie come un brodo primordiale: spesso, marrone, dall’odore delle migliaia di corpi che si sospingono per entrare. La rinascita parte dal basso, come cantava Fabrizio De Andrè: «Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior».

La guida mogul sembra averne abbastanza di tanta spiritualità. Ma noi no, siamo venuti per i santoni e i santoni vogliamo vedere. Lui torna alle tende, noi proseguiamo con una coppia di Milano, un professore della Bocconi  e sua moglie, grandi conoscitori dell’India, venuti per studiare  e capire la portata di quella che mio marito definisce «una grande fiera di paese».

Ci portano alla corte di un famoso Baba, separato alla nascita con Kabir Bedi. Sandokan, vestito di bianco e con una collana di fiori arancioni, canta un mantra e balla come un derviscio in una sorta di rave mistico. La folla lo segue in trance, cantando. Mi invita a ballare con lui, un grande onore. (Quando mi ricapita più di ballare con un santone?). Chiama anche la sua fidanzata-assistente che gli sta accanto in sari scuro. Quando la donna mi prende per mano e con una forza strabiliante mi fa roteare, capisco che è un trans. Un po’ provata dalla danza con il santone e il trans, mi avvio verso la prossima tappa: ci hanno detto che poco distante c’è Sivananda Baba, il santone di 116 anni.

Antonio vuole mollare, ma lo convinciamo che se incontra il baba avrà la promozione assicurata.

Ci incamminiamo nella polvere, è notte, le luci al neon tingono tutto di giallo in un’atmosfera irreale. La folla è scomparsa. Dalle tende escono solo le bambine a lavare le stoviglie nelle fontane disseminate lungo la strada. Tutto è relativo in India e il nostro sant’uomo non sta proprio vicino, dopo mezz’ora di cammino arriviamo a un piccolo accampamento. Dentro una tenda ricoperta di tappeti preziosi un gruppo di donne canta e suona intorno a un vecchio in camicia da notte bianca.

Ha gli occhi chiusi e di anni ne dimostra al massimo ottanta. Nella foto è totalmente calvo, dal vivo ha chiome fluenti, ma ci assicurano che è lui, centenario perché vive senza attaccamenti, né desideri terreni. E senza mangiare né frutta né latte. Quando apre gli occhi ci parla in inglese perfetto, il suo messaggio è forte e chiaro: «Non è Dio ad essere importante, ma è il guru l’unico capace di salvarci l’anima».

Detto questo, più veloce di una lepre esce nella notte. Antonio non si arrende, vuole toccarlo per la promozione, lo insegue, lo placca, lo abbraccia. Hanno una lunga conversazione in inglese, non mi dirà cosa si sono detti, ma mi ha assicurato che fino al liceo posso stare tranquilla.

Cerchiamo di tornare  verso “casa”, undici chilometri e nessun mezzo di trasporto all’orizzonte. Un carretto in stile sfollati della grande guerra ha pietà di noi e ci carica tutti e sei.
Prima di tornare al campo abbiamo comprato le offerte che si lasciano sul fiume: fiori  e candele. Desideri che galleggiano sull’acqua. Il mio è stato esaudito subito: la coppia di Milano, annuncia ai miei figli che hanno portato scatole di tonno e pezzi di parmigiano, e che le daranno  a loro che non hanno mangiato nulla. Panino al tonno e carciofini, questo sì è un miracolo. Del Kumbh Mela.

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