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Chen Guancheng abbandonato dagli americani. L'attivista scomodo resterà in Cina

Niente asilo politico per Chen Guancheng: è un attivista troppo pericoloso per essere protetto dagli americani

Chen Guancheng abbandonato dagli americani. L'attivista scomodo resterà in Cina Chen Guancheng abbandonato dagli americani. L'attivista scomodo resterà in Cina
Foto LaPresse02-05-2012 CinaEsteroL'attivista cieco Chen Guangcheng con la sua famiglia
di Claudia Astarita
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Pechino è di nuovo nell’occhio del ciclone. Dopo il caso Bo Xilai si è aperto lo scontro su Chen Guancheng e la sua misteriosa fuga dalla casa-prigione in cui era rinchiuso da anni. Questa volta, però, la Repubblica popolare deve a tutti i costi trovare un modo per uscirne a testa alta. Per dimostrare alla popolazione che la leadership è unita e non ha nessuna intenzione di piegarsi all’ennesimo tentativo americano di interferire nelle questioni di politica interna.  

Per capire l’importanza della fuga di Chen Guancheng bisogna anzitutto ricostruire gli avvenimenti. Senza dimenticare un'importante premessa. Ovvero che in Cina dissidenti e attivisti sono sorvegliati speciali, persone pericolosissime per le quali il Partito non è disposto a scendere a compromessi (come è successo per l’assegnazione del Nobel per la Pace a Liu Xiabo nel 2010), non uomini coraggiosi che rischiano la vita per trasformare la Repubblica popolare in una nazione in cui libertà, uguaglianza e rispetto per i diritti umani non siano più dei tabù.

Tra i "nemici della Cina", l’avvocato autodidatta Chen Guancheng, 40 anni, è forse tra i più pericolosi. La sua colpa non è solo quella di chiedere riforme e libertà come Ai Weiwei, Liu Xiaobo o Hu Jia, ma, soprattutto, quella di aver messo in imbarazzo il paese portando all’attenzione dell’opinione pubblica la prassi degli aborti e delle sterilizzazioni forzate applicata nella provincia dello Shandong per rispettare le quote sui figli unici decise dal governo. Un "crimine" che ad agosto 2006 è stato puntito con quattro anni e tre mesi di detenzione...con l'accusa formale di aver "danneggiato una proprietà e aver incitato un gruppo di persone a bloccare il traffico". Tra i cinesi, con la passione e la tenacia con cui ha tentato di aiutarli si è guadagnato il sprannome di "avvocato scalzo".

Una volta scarcerato, a settembre 2010, a Chen Guancheng sono stati assegnati gli "arresti domiciliari a vita". E' stato quindi rinchiuso nella sua casa di Dongshigu, nella prefettura di Linyi, nello Shangdong, dove è rimasto fino al 26 aprile scorso. Controllato a vista da tre squadre composte da ventidue persone. Che hanno impedito per anni a chiunque, dai familiari, ai giornalisto o alle star del cinema, di entrare in contatto con lui. Allontanandoli, quando necessario, anche a colpi di mattoni. Ecco perché è ancora molto difficile credere che Chen Guancheng, cieco dalla nascita, sia riuscito da solo a scavalcare il muro che circonda la sua casa e a camminare per ore prima di raggiungere un "luogo sicuro" da cui è poi partito per Pechino. Fatto sta che nella notte tra il 26 e il 27 aprile è successo proprio questo, l'avvocato è stato messo al sicuro nell'Ambasciata americana a Pechino, da dove però ieri è stato invitato (più probabile costretto) a uscire.

Chen Guancheng è infatti un rifugiato scomodo per tutti. Per Pechino perché la sua liberazione confermerebbe al paese che la leadership, oltre ad essere divisa, è molto debole. Per Washinghton perché rappresenterebbe un nuovo caso Fang Lizhi e Wang Lijun . Due persone che in momenti molto diversi (nel 1989 il primo, poco più di un mese fa il secondo) hanno chiesto asilo politico agli americani ma sono stati uno cacciato, l'altro invitato ad uscire, rispettivamente, dall'Ambasciata di Pechino e dal Consolato di Chengdu.

Chi ha sperato che il caso Chen Guancheng sarebbe stato risolto in maniera diversa ha dovuto subito ricredersi. Mercoledì pomeriggio un funzionario dell'Ambasciata americana ha spiegato che l'attivista era stato "trasferito in un ospedale per essere sottoposto a cure mediche prima di ricongiungersi alla famiglia". Confermando che anche la moglie, i due figli e la madre erano state "liberate". E cogliendo l'occasione per annunciare che "Chen resterà in Cina, verrà trasferito in un'altra provincia, frequenterà l'università, e i funzionari americani saranno custodi della sua sicurezza". Tutto questo mentre il portavoce del ministero degli Esteri cinese Liu Weimin chiedeva le scuse ufficiali degli Stati Uniti, accusati di essersi intromessi in una questione di politica interna in cui nessuno li aveva coinvolti.

Altri attivisti, però, temono che Chen e la sua famiglia siano ancora in pericolo. C'è chi afferma di aver saputo da lui che la decisione di abbandonare la protezione Usa gli è stata estorta. E probabilmente hanno ragione: con la vicenda Bo Xilai ancora molto lontana da una conclusione definitiva, la fuga di un dissidente protetto dagli americani sarebbe stata troppo difficile da gestire per il Partito. Da qui la necessità di un compromesso che permetta alla Cina di non perdere la faccia e agli Stati Uniti di non inimicarsi troppo Pechino: Chen Guancheng rimarrà in Cina e verrà "protetto dagli americani". Fino a quando l’opinione pubblica internazionale non si dimenticherà di lui e potrà così tornare sotto la custodia "più sicura" dei cinesi.

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Claudia Astarita insegna "The Politics of China" alla John Cabot University e si occupa di India per il CeMiSS. Scrive approfondimenti sull'Asia per diverse testate e ha lavorato per molti anni come ricercatrice a New Delhi e Hong Kong. L'Oriente è la sua passione e coglie ogni occasione per tornare nei luoghi che ama

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