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Marco Ventura

Obama e il discorso più bello: 'Il meglio deve ancora venire'. Un esempio anche per noi

Un inno all'America. Non Stati blu o rossi, ma gli 'Stati Uniti'. Dio, patria e famiglia in bocca a un sangue misto progressista. Chapeau!

“Il meglio deve ancora venire”. Barack Obama tiene il suo più bel discorso dopo quello che lo lanciò a Boston nella sua lunga corsa alla Casa Bianca, a 47 anni. Oggi ne ha 51 e fra quattro anni, a 55, sarà stato per otto anni il Presidente degli Stati Uniti d’America. Il Paese, la democrazia, più grande e potente del mondo.

Ha vinto, quindi . Al termine di una gara serrata, un testa a testa che si è prolungato per tutta la notte fino alla conquista decisiva dell’Ohio, il cuore del Midwest che ha dato a Barack la vittoria. Anche questo, come previsto. Si può quasi dire che Marchionne, il nostro vituperato Marchionne, abbia avuto una parte nella rielezione alla Casa Bianca. L’errore fatale di Romney è stato quello di attaccare Obama sull’aiuto dello Stato all’industria automobilistica. La resurrezione della Chrysler grazie alla Fiat ha convinto gli americani che Obama è credibile.

Che nonostante la crisi ha fatto la cosa giusta. A dispetto di quattro anni un po’ deludenti, a dispetto di una campagna elettorale in cui ha mostrato a tratti la corda, la stanchezza del potere, il disincanto e la disillusione dei sogni infranti sulla realtà di un mondo difficile, gravato dalla concorrenza globale con giganti duri e invasivi come la Cina. Lo spot pro-Obama in cui Marchionne assicurava che la produzione d’auto non sarebbe stata spostata in Asia si inseriva bene nel programma politico democratico.

Forward e Real change le parole d’ordine dell’Obama bis (a proposito, ma quanto è diversa l’idea del Monti bis , tutta costruita sulla necessità triste di contrastare l’arrembaggio dei comici al Palazzo promuovendo robot della finanza che non si vogliono sottoporre al voto democratico?).

Impariamo dall’America. La competizione è stata dura, aperta, a tutto campo. Ma senza i veleni della lotta all’italiana fra intercettazioni, processi e campagne mediatiche. Ha prevalso il dibattito vero, sui contenuti. Prima di tutto la scuola, la formazione, l’istruzione. La politica energetica, quella industriale. E fiscale. Ed estera. Fatti. Con lo sguardo rivolto al futuro, non al passato. Con il continuo richiamo ai valori, come abbiamo potuto vedere anche nel discorso della vittoria di Obama, un inno alla famiglia, la sua e quella americana.

A Michelle, la first lady: “Non ti ho mai amata di più, e sono così orgoglioso che anche l’America ti ami”. Al Paese “di cui sono fiero di essere il presidente”, basato su una visione “compassionevole” ma anche di “dovere e patriottismo”. E ancora: “Non siamo cinici, siamo più della somma delle nostre parti. Non siamo gli Stati blu o rossi, siamo gli Stati Uniti d’America. God bless America”. Dio, patria e famiglia in bocca a un sangue misto progressista. Ci sarà tempo per ragionare di politica e di come (non) cambierà la politica estera americana (multilaterale, inclusiva, dialogante) o quella economica (la ricerca del punto d’equilibrio tra rigore e crescita, con il coraggio di costosi piani d’investimenti per ripartire). Per ora, ci basti contemplare con invidia lo spettacolo di un Paese che ha scelto il suo leader e affronta le sfide globali con la consapevolezza della propria forza e della propria unità.

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