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opinioni a confronto

È giusto che i giudici tolgano i figli alle famiglie mafiose?

VS

Nando Dalla Chiesa

docente di sociologia della criminalità organizzata e politico pd

Maria Rita Parsi

psicoterapeuta e presidente della Fondazione bambino onlus

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Il Tribunale dei minorenni di Reggio Calabria sperimenta l’affido dei bambini della ’ndrangheta ai servizi sociali. Per sottrarli ai modelli parentali e a un futuro nel crimine.

Nando Dalla Chiesa:

Non è scontato che i bambini della ’ndrangheta diventino banditi

Si dà quasi per scontato che in una famiglia di mafia crescano bambini che da adulti saranno a loro volta mafiosi. Però è solo una presunzione statisticamente fondata, non un destino ineluttabile. Lo dimostra la storia di Peppino Impastato e, più recentemente, l’intercettazione di un boss della ’ndrangheta di Fondi che si lamentava perché la maestra stava convincendo i suoi figli che la mafia era cattiva. Il principio dell’allontanamento dei minorenni è condivisibile, ma gli effetti rischiano di essere devastanti, perché un bambino vivrà sempre lo strappo come una violenza. C’è pure da considerare il rischio che più di qualcuno di fronte a un provvedimento estremo si troverà a solidarizzare con i mafiosi. Per strappare i bambini a un futuro da criminali mi sembra più efficace il contributo della scuola: recentemente sono stato invitato a tenere una conferenza sulla mafia in una scuola di Milano nella quale sono iscritti due nipoti e il figlio di un boss mafioso. Una preside attenta sa come muoversi.

Maria Rita Parsi:

I legami dannosi vanno sempre recisi. Anche con mamma e papà

L’affido dei minorenni di famiglie legate alla ’ndrangheta è un passo difficile e delicato. Ma certamente condivisibile, se non altro per il fatto che proprio la rete familiare rappresenta il luogo e il cuore dell’iniziazione alla criminalità organizzata. Come tutti i provvedimenti d’emergenza, l’allontanamento non è mai indolore. Però è dovere di un «modello di giustizia a misura di bambino» valutare e decidere se esistano relazioni positive da sostenere o legami dannosi da recidere, quando c’è il rischio che il minorenne ricalchi o replichi il modello criminale perché orientato dalla famiglia verso azioni devianti e violente.

Ancora più complessa appare poi la politica di educazione dei bambini, dei preadolescenti e degli adolescenti: ci vogliono valide alternative d’amore, di contenimento e di sostegno, insieme a operatori competenti per assicurare un dialogo costruttivo e una collaborazione produttiva con la giustizia.  

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