E pensare che ha detto di aver chiuso con la politica. Romano Prodi torna, a 14 mesi dalla cadita del suo governo, alla ribalta politico televisiva e riesce a innervosire tutti: dal Pd (impaurito dall'operazione nostalgia del Professore) a Clemente Mastella (che vuole precisare l'aneddoto riportato dal Professore nel salotto tv di Fazio).
Quindi, Mastella: ospite di Radio24, non gliele manda a dire. "Prodi? non l'ho mai più sentito. Berci un caffè? Assolutamente no. Se Prodi fosse stato presente quando mi sono dimesso dal Parlamento anzichè lasciarmi solo...". Toni duri quelli dell'ex ministro della Giustizia, che ha ricordato così le vicende di un anno fa: "Si dimette il ministro della Giustizia e si mette lì, in Aula, mica il sottosegretario alle Partecipazioni comunali della provincia della Namibia... Ma Prodi non c'era, e io a chiedermi dove stava...".
Il leader dell'Udeur ha poi attaccato Veltroni: "La crisi politica scoppia quando Veltroni decide di andare da solo" ha detto ai microfoni di Radio24. "La sua autoreferenzialità ha ammazzato il centrosinistra. Io dissi a Prodi che fregavano lui e dunque tutti noi. Tutti i partiti, anche i piccoli, erano sconcertati per questa logica veltroniana".
Mastella ha replicato anche al veltroniano Giorgio Tonini, che ha detto di non avere nostalgia di governi ostaggio di Mastella: "Il problema è loro, non mio. Immagini se ho nostalgia di Tonini che ho conosciuto appena. è strano, quando si facevano i governi con me ero apprezzato, diversamente no". Ora la candidatura alle europee con il Pdl : "E con chi mi candidavo, scusi?" ha risposto Mastella "Con lo sbarramento al 4% mi candidavo con quelli che erano comunisti e si mettono insieme? Io faccio parte del Ppe dove ci sono anche altri ed è più familiare per me. Avendo il Pd invocato a tutti i costi questa legge, evidentemente ognuno fa delle scelte"
Di fatto, l'uscita dell'ex premier a Che Tempo che fa ha smobilitato tutto il Pd e non solo Mastella. Anche se Prodi ribadisce che la sua corsa politica è finita, il suo breve ritorno sulla scena nazionale ha lasciato segni in un Partito che a fatica cerca di risalire la china del consenso. Il "patto di non belligeranza", stretto dai big dopo le dimissioni di Walter Veltroni, impone di tenere bassi i toni ma c'è amarezza tra i veltroniani per la ricostruzione "parziale" del Professore sulla fine del suo governo e per il fatto che oggi molti tra coloro che appoggiarono entusiasti la scelta del "correre da soli" ne parlano come la madre degli errori veltroniani.
Il segretario Dario Franceschini evita con cura qualsiasi valutazione sulle parole dell'ex premier, limitandosi a smentire, come fa Arturo Parisi, l'accordo per "candidature concorrenti ma non avversarie" all'assemblea del Pd che ha portato alla sua elezione dopo l'addio di Veltroni. E la tregua interna porta al silenzio quasi tutti i big del partito, fatta eccezione per Massimo D'Alema che, evitando di parlare del passato ("altrimenti vengo aggredito", dice) evidenzia il "valore di messaggio politico" nel fatto che Romano Prodi abbia preso la tessera del Pd. O Livia Turco che parla della vocazione maggioritaria come "una scelta tattica e non strategica" da lasciare alle spalle mentre la sinistra radicale spera che la lezione sa stata imparata.
In molti nel partito vedono nelle parole di Prodi un sostegno a Franceschini e un messaggio del Professore ai suoi a mettere fine alla linea di opposizione interna tenuta durante la segreteria Veltroni. A scalpitare per le parole dell' ex premier sono soprattutto i veltroniani, impegnati su richiesta dell'ex segretario del Pd ad evitare polemiche interne che mettano in difficoltà Franceschini. "Però se tregua deve essere, tutti la devono rispettare", è l'altolà di un fedelissimo di Veltroni che ritiene poco opportuno l'intervento del Professore in un momento in cui il Pd è impegnato sulla crisi economica e a recuperare consensi.
Ma è soprattutto l'affondo sulla scelta di Veltroni di "correre da solo" e le conseguenze sul governo ad amareggiare consiglieri e collaboratori dell'ex segretario. "Ricordo che la decisione di eleggere un segretario del Pd - ricostruisce un veltroniano - per salvare il partito dalle difficoltà del governo fu presa in modo collettivo dal comitato dei 45 mentre solo due votarono contro: Rosy Bindi e Walter Veltroni, che poi fu sollecitato da tutti a candidarsi alle primarie". Così come, aggiunge un altro esponente del partito, "tutto lo stato maggiore del Pd applaudì alla decisione di 'correre da solì che, come abbiamo sempre ripetuto, non era solitudine ma volontà di mettere fine alle coalizioni-ammucchiata che portarono alla fine del governo Prodi".
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