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Pd, caos sulla "gestione collegiale". Franceschini si infuria, Rutelli saluta

L'ex leader Dl tuona contro la svolta a sinistra del Pd: "Sarebbe un fallimento”. Franceschini: "Fino alle primarie il segretario sono io"

Pd, caos sulla "gestione collegiale". Franceschini si infuria, Rutelli saluta Pd, caos sulla "gestione collegiale". Franceschini si infuria, Rutelli saluta
di Renzo Rosati

Cronaca di un addio più che annunciato: Francesco Rutelli sta preparando i bagagli per uscire dal Partito democratico . I rumors si susseguivano da tempo, ed oggi l'ex leader della Margherita li ha confermati tutti alla presentazione del suo libro dal titolo anch'esso evocativo: La svolta. Lettera a un partito mai nato.

Rutelli non avrà la vis polemica di Oriana Fallaci ma se la scrittrice fiorentina dedicò un suo romanzo breve (Lettera a un bambino mai nato ) ad un doloroso aborto da lei vissuto, è evidente che Rutelli giudica più o meno negli stessi termini il Pd: un aborto.

Per la verità Rutelli non ha sbattuto la porta: "La partita è aperta per quanto mi riguarda ma, ogni giorno che passa, la direzione sembra già scritta". Le motivazioni sono tutte politiche: "Se uno di voi va per strada e chiede in giro di che cosa sta discutendo il congresso del Pd, difficilmente qualcuno saprà rispondervi. Semmai chiederanno: ma chi vince? Perchè questo congresso è solo una conta". In effetti, difficile dargli torto assistendo all'ultima polemica in casa democratica.

Scatenata da Filippo Penati , coordinatore della mozione Bersani, per il quale sarebbe opportuna una "gestione collegiale" del Pd, visto nei congressi territoriali a contare di più sono i ostenitori di Bersani. Un intervento che costringe il segretario, decisamente irritato,  a sconvocare la segreteria prevista per mercoledì e telefonare a Bersani e D'Alema per ricordare che il segretario - come prevede lo statuto - sarà eletto con le primarie del 25 ottobre.

Secondo l'ex ministro dei Beni Culturali, il congresso del Pd è privo di un dibattito di idee, "non si danno risposte". Ma, appunto, ciò che ha deluso Rutelli è la futura collocazione che prenderà il Pd: "Non mi interessa un partito di sinistra come quello che uscirà con la vittoria di Bersani. Non era questo l'obiettivo della fusione tra Margherita e Ds, non era l'obiettivo strategico della nascita del Pd, che doveva essere un partito pluralista, riformista, progressista, ma in grado di rappresentare anche i moderati. Un partito che aspirava alla maggioranza. Invece la tela si restringe, mentre noi avevamo l'ambizione di allargarla".

A Rutelli, che ha anche spiegato di aver votato al congresso per Franceschini (che viene anche lui dalla Margherita), ha risposto a stretto giro Bersani, in termini abbastanza spicci: "Sono stato benissimo fin qui in questo partito con dentro Rutelli e sono convinto che ci starà benissimo anche lui in questa fase nuova. Bisogna liberarsi dalla suggestione delle caricature e avere meno pigrizia da parte di tutti".

È chiaro a tutti che Rutelli, approdato a sponde cattolico-moderate , percepisce come la sua stia diventando sempre più una posizione di minoranza dentro il Pd , attuale e ancora di più futuro. Lo testimonia per esempio la sconfessione di Dorina Bianchi sulla questione della pillola abortiva. E sarà ancora più travagliato il voto sul testamento biologico, dove il Pdl ha annunciato libertà di coscienza. Dunque ecco l'addio, ma per andare dove?

Tutti immaginano un accordo o una fusione con l'Udc di Pier Ferdinando Casini ; ma l'ex esponente del centrodestra è il primo a frenare: "Oggi non è all'ordine del giorno. Però le nostre strade sono parallele, e se sono rose fioriranno". Un linguaggio molto democristiano.

Ma di quali numero dispone Rutelli, e che cosa porta via al Partito democratico? Cifre basse se ci si riferisce al vertice romano, dove l'eredità della Margherita passa nelle mani di Franceschini il quale si è collocato più a sinistra di Rutelli. Il segretario uscente può contare sugli ex Dc più antiberlusconiani, a cominciare da Rosy Bindi .

Anche gli apparati locali sono tutti divisi nella guerra tra Bersani e Franceschini, con intere federazioni dominate dal primo. Vero però che gli unici due successi elettorali degli ultimi mesi ottenuti dal centrosinistra sono di impronta rutelliana: alle provinciali di Trento e alle comunali di Firenze .

Più importante è il patrimonio politico e di opinione che seguirà Rutelli: l'ala moderata che lo seguirà condannerà fatalmente il futuro Pd ad essere un partito di sinistra in stile socialista, una collocazione ancor più di minoranza di quanto lo sia adesso. E, dalla minoranza, diventa ancora più complicato il dialogo con l'Udc che Bersani ha tra i primi punti dell'agenda. Sarà insomma la fine dichiarata di quella lunga stagione iniziata con l'Ulivo, e che aveva comunque ottenuto, con Romano prodi, due vittorie alle Politiche.

Oltretutto non tira una buona aria per le sinistra e europee, socialiste o socialdemocratiche che siano . Ma è anche vero che gli esperimenti centristi contrapposti ai moderati di centrodestra stanno anch'essi tutti fallendo: chi ricorda più in Francia Francois Bayrou?

Anche la Germania rivela che gli elettori prediligono le scelte nette , con preferenza per quella di destra. Gli stessi liberaldemocratici tedeschi, ai quali Rutelli dice di richiamarsi, sono molto più a destra, più dei democristiani. Ed anche per questo l'alleanza nel parlamento europeo tra liberali e socialisti è stata silurata proprio da questi ultimi, e proprio dal capogruppo socialista a Strasburgo Martin Schultz .

Insomma: Casini una collocazione ce l'ha già, tra i democristiani in Italia e tra i Popolari in Europa. Rutelli dovrà andarsela a cercare in quel luogo indistinto che da anni, in Italia, si chiama "Grande Centro". Luogo finora metafisico e futuribile, visto che guarda al dopo-Berlusconi. E naturalmente ammicca alla Chiesa e agli immancabili poteri forti - dalla Confindustria allle banche fino ai giornali - dai quali di sicuro avrà molta attenzione. Poi però bisognerà convincere gli elettori.

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