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Vatileaks, ecco come funziona il processo penale vaticano

Il codice di  procedura è ferno al 1913. Ecco cosa rischia l'aiutante di Camera  del Papa

Vatileaks, ecco come funziona il processo penale vaticano Vatileaks, ecco come funziona il processo penale vaticano

Paolo Gabriele tiene l'ombrello a papa Benedetto XVI a Varsavia, Polonia, 26 maggio 2006.

Credits: ANSA / ETTORE FERRARI

Tag:  paolo gabriele urbi et orbi Vaticano vatileaks

di Ignazio Ingrao

Tempi lunghi per il processo a Paolo Gabriele, “l’aiutante di Camera” di Benedetto XVI trovato in possesso di documenti riservati sottratti dalla scrivania e dall’archivio personale del Papa. Il sistema penale vaticano, infatti, è un sistema misto che recepisce in parte la legislazione italiana ma la applica al sistema giudiziario dello Stato della Città del Vaticano. La normativa penale però per il Vaticano è ferma al secolo scorso, perché il codice penale recepito entro le mura leonine non è quello attualmente vigente in Italia bensì il codice del 1889 e il codice di procedura penale è quello del 1913. L’avvocato Carlo Fusco, legale del maggiordomo del Papa, coadiuvato da un collega, devono perciò fare un salto nel tempo, applicando elementi vecchi e nuovi della legislazione penale italiana e vaticana. Vista la complessità della materia, non tutti gli avvocati possono esercitare il patrocinio dinanzi ai tribunali vaticani, ma solo i legali iscritti nello speciale albo degli avvocati rotali e concistoriali. Tenuto anche conto che la pubblicazione delle sentenze avviene in latino. L’azione penale viene intrapresa dal “promotore di giustizia” dello Stato della Città del Vaticano, Nicola Picardi, che attualmente ha già terminato il suo compito con l’incriminazione di Gabriele per “furto aggravato”: questo vuol dire che l’aiutante di camera del Papa rischia da uno a sei anni di reclusione più una multa. Un’incriminazione che è risultata meno pesante di quella inizialmente ventilata (violazione di segreto di Stato o attentato alla sicurezza dello Stato) ma che comunque consentirà alle autorità vaticane, se lo riterranno necessario, di presentare alle autorità italiane una denuncia per ricettazione per la pubblicazione dei documenti sottratti al Papa.

Ora l’azione penale passa al giudice istruttore, Pietro Antonio Bonnet per la definizione di tutti gli elementi necessari all’accusa nel processo a carico di Gabriele. Nel frattempo il promotore di Giustizia, assistito dalla Gendarmeria vaticana, proseguirà con le indagini per individuare eventuali complici e mandanti dei reati contestati al maggiordomo. Terminata l’istruttoria da parte del giudice Bonnet si aprirà formalmente il processo dinanzi al Tribunale dello Stato della Città del vaticano (che è al tempo stesso tribunale civile e penale) presieduto da Giuseppe Dalla Torre. Il processo prevede tutte le garanzie di difesa dell’accusato ma si svolge a porte chiuse. Dopo la sentenza, Gabriele potrà ricorrere in secondo grado alla Corte d’appello, presieduta da monsignor Josè Maria Serrano. E’ possibile infine un terzo grado di giudizio presso la Cassazione guidata dal cardinale Leo Raymond Burke.

Se Gabriele dovesse essere condannato alla reclusione per il Vaticano si porrà il problema della detenzione. Le tre “camere di sicurezza” che si trovano accanto al Tribunale dello Stato della Città del Vaticano possono infatti andare bene per l’arresto, ma non sono attrezzate per una carcerazione più lunga. Inoltre sono “disabitate” da almeno 40 anni. L’incidenza dei reati nello Stato della Città del Vaticano, come si può ben immaginare, è infatti scarsissima: solo 640 processi civili e 226 processi penali nel corso del 2011, molti dei quali riguardanti reati e violazioni compiuti da turisti e visitatori entro le mura leonine. Per una detenzione più lunga, il Vaticano sarebbe costretto ad affidare il condannato allo Stato italiano, ma questo è tutto da decidere.

All’azione svolta dagli organismi giudiziari dello Stato della Città del Vaticano si sovrappone quella svolta dall’apposita commissione cardinalizia di indagine, istituita un mese fa per fare luce sulle fughe di notizie dalla Curia romana, presieduta dal cardinale Julian Herranz e composta dai cardinali Salvatore De Giorgi e Jozef Tomko. L’area di competenza della Commissione però è riferita alla Curia romana e dunque alla Santa Sede, perciò può fornire elementi utili all’attività di indagine della Città del Vaticano ma ne resta distinta.

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