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Nuovo Centrodestra o vecchia Democrazia Cristiana?

Le scissioni del Pdl e di Scelta Civica nascondono un progetto chiaro, ma rischioso - La nota di P.Sacchi - La fine del Pdl - il bivio di Alfano - La festa senza sfarzi

Nuovo Centrodestra o vecchia Democrazia Cristiana? Nuovo Centrodestra o vecchia Democrazia Cristiana?
Il vicepremier Angelino Alfano durante la conferenza stampa di presentazione del "Nuovo Centrodestra"
Credits: ANSA/ GIUSEPPE LAMI

Tag:  Angelino Alfano democrazia cristiana Forza Italia nuovo centrodestra

di Carlo Puca

La questione è: moriremo democristiani o moriranno da democristiani? Chi? Ma Angelino Alfano, Renato Schifani e Maurizio Lupi, naturalmente. E poi: Nunzia De Girolamo, Roberto Formigoni, Carlo Giovanardi. E ancora: Dorina Bianchi, Raffaele Calabrò, Eugenia Roccella, fino a tutti gli altri.

È chiaro come il sole: nel “Nuovo centrodestra” soltanto in pochi non esibiscono trascorsi diccì. Tra i più noti, il background laico e liberale ce l’hanno soltanto Gaetano Quagliariello, Beatrice Lorenzin e Fabrizio Cicchitto. Tutti e tre, però, sono moderati in senso stretto. E pure rivolti alle istanze cattoliche. Quagliariello, per esempio, al dibattito sull’interruzione della nutrizione assistita a Eluana Englaro, urlò forte la sua opinione, la seguente: «Eluana non è morta, è stata ammazzata».

Democristiani sono pure quelli di Scelta civica. Contestualmente alla scissione di Alfano, la Scelta s’è sciolta, pure malamente, attraverso un metodo antico come la democrazia: gli insulti e l’accusa di aver truccato le regole dell’assemblea nazionale. Un pretesto, era già tutto scritto e programmato.

La componente che fa capo al ministro della Difesa Mario Mauro e all’ex coordinatore Andrea Oliviero ha deciso di uscire dal movimento di Mario Monti per creare un “cantiere” con l’Udc, il partito di Pier Ferdinando Casini e Lorenzo Cesa. Un percorso convergente e parallelo, democristiano per contratto di vita, con la Curia nei panni dell’azionista di maggioranza e l’elettore moderato e cattolico come core business.

Ma la coincidenza delle due scissioni (di Alfano e Mauro) non è casuale. Anche il Nuovo centrodestra è della partita, in maniera piena e conclamata. Al netto di tutti gli altri, il vero architetto della rifondazione diccì è il ministro Lupi, che ha qualche capacità riconosciuta e possiede il volto meno usurato tra i democristiani di ritorno.

Il progetto può sembrare affascinante ma è ricco di pericoli. Anzitutto, nella storia italiana degli ultimi quindici anni, tutti i progetti di ricostruzione della Dc sono miseramente falliti. Basta guardare la lista dei risultati alle Politiche per intendere che quest’area elettorale, quando è andata alla grande, ha convinto al massimo il 12 per cento degli italiani.

Secondo: per realizzarsi, la suggestione ha bisogno di tempo. Alfano scommette sulla durata del governo Letta fino al 2015, e anche oltre. Ma non è scontato, anzi. Alcuni scissionisti, soprattutto al Senato, potrebbero sempre cambiare idea, tornare in Forza Italia e far pendere la bilancia dei numeri parlamentari in favore di Silvio Berlusconi. Soprattutto, c’è l’incognita-Pd. L’8 dicembre Matteo Renzi ne assumerà la guida al congresso: a quel punto, che fine faranno le larghe intese, peraltro diventate medie?

Terzo: i neo-diccì puntano ad acchiappare i voti di Silvio Berlusconi. Ma l’idea che siano in libera uscita si ripresenta, puntualmente smentita, a ogni elezione. Anche all’ultima Monti era convinto di “asfaltare” il Cavaliere, si è visto com’è finita.

Quarto: nel progetto dei neodiccì, stavolta potrebbe essere diverso. Berlusconi dovrebbe decadere e venire limitato nella sua agibilità politica, fatti per i quali perderebbe automaticamente consenso nel Paese. Ma non v’è certezza alcuna che la cosa si manifesti. Né che, a quel punto, i “suoi” voti vadano alla nuova Democrazia cristiana (pardon: Nuovo centrodestra). Anche perché, al momento, dal punto di vista dell’elettore berlusconiano, gli scissionisti hanno fatto un “patto con i diavoli”, cioè con Enrico Letta e Giorgio Napolitano.

Quinto: quand’anche l’elettorato si stufasse di Berlusconi, il Cavaliere, tutt’altro che ingenuo, potrebbe proporre una strategia d’urto, a cominciare da un nuovo leader capace di raccogliere la sua eredità politica e di voti. Fino a soffocare le legittime ambizioni di Alfano, Lupi e compagnia.

Come finirà? Chissà. Ai posteri l’ardua sentenza.
 

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